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Natascia Raffio Rococò Nightmare
a cura di
Giancarlo Carpi
Mauro Tropeano

Vari i motivi dell’invenzione di Natascia Raffio che hanno incontrato il lavoro teorico della Galleria Core per l’affermazione e la sperimentazione della cuteness italiana. Quindici pitture a olio realizzate per questa mostra presentano il suo personaggio avatar, Gogolì. Esso condivide alcune forme riconoscibili del più celebre personaggio Disney elevandole a segni della propria identità non affrancata, affidata dall’autrice ai personaggi del mercato che hanno popolato la sua e la nostra infanzia. L’insieme è una narrazione di apparizioni ambientate tra paesaggi montani, a volte bucolici, appartenenti alla geografia delle sue memorie infantili – le Dolomiti – quasi totalmente sovrapposta a certe ambientazioni convenzionali della finzione commerciale, così come l’autrice si autoritrae nel suo disneyano personaggio. Il sogno o incubo prende vita in questo modo, come una natura-merce benjaminiana nella quale le cose sono feticci e con esse le forme umane, come mostrano un corno e una testa disciolte in un magma che sembra gelato, e poi quelle stesse teste affogare nella loro oggettualità. E qui l’accostamento surrealistico – e il perturbante – o il riferimento mitologico di alcune figure è depotenziato dal loro valore di consumo e da certo orchestrato alleggerimento pop della simbologia. Tutto ciò, nella pittura della Raffio, è espresso da morfologie neonatali in alcuni soggetti che hanno l’effetto di una deformazione “graziosa”. Gogolì stesso ritratto peraltro come una testa animata di vita propria, che a volte con bella invenzione staglia la sua morfologia “commerciale” nel paesaggio come una roccia: merce, scultura e natura. E dunque attraverso una specifica modellazione neonatale degli arti di alcuni personaggi o della natura che è ampiamente posseduta dalla pittrice quanto forma oggettiva della dialettica tra violenza e tenerezza dell’estetica cute. Ciò che le permette di collegare le gambe di una figura in carrozzina con lo stesso oggetto fino a una sola forma mutilata equivalente alla piccolissima ruota della carrozzina che si anima teneramente. O di mescolare la graziosità quasi morbosa dell’ornamento floreale alla tenerezza del soggetto reificato come un gadget. È vero però che, l’esplicito, o quantomeno riconosciuto appartenere di questo mondo a un immaginario personale, che tra l’altro collega tutti i quadri a un lago come motivo ricorrente e ossessivo, conferisce forse all’insieme quasi il senso della familiarità del ricordo.

Giancarlo Carpi